Post by Paola Baravalle

Teosofa | Chief Happiness Officer | Value Changemaker | Mentor & Coach | Positive leadership Enthusiast | Numerology Explorer | Relations Expert | Marketing & Comm Veteran

C'è un post di Tlon di qualche giorno fa e una storia di oggi che Daniela Di Ciaccio ha pubblicato su IG che mi hanno fatto fermare un istante. Non tanto per ciò che dicevano ma per ciò che hanno mosso dentro di me! Viviamo in un'epoca che ha trasformato la produttività in una virtù morale. Fare sembra essere diventato sinonimo di esistere! L'agenda piena è prova di valore. Il vuoto, ovvero quello spazio scomodo in cui non succede niente di misurabile, viene vissuto come spreco, quasi come colpa. Spesso come sconfitta... Eppure i Greci avevano la scholè, il tempo libero non come assenza di lavoro, ma come condizione necessaria al pensiero. I Rinascimentali chiamavano otium lo spazio in cui nascevano le idee più grandi. Era un metodo, non certo pigrizia. Oggi quella parola mi pare non trovi più troppo posto nel vocabolario della performance! Ieri parlavo proprio di come il pensiero fine a se stesso, la ricerca ispirativa, la creazione che non punta a un risultato immediato, siano diventati lussi incomprensibili, a tratti sospetti addirittura. Le idee secondo me non nascono nelle righe ma nel margine. In quello spazio che non riempi. Fioriscono nel silenzio, nel momento in cui smettiamo di fare e cominciamo, finalmente, a pensare. E quindi ad essere! Resistere alla tentazione del fare è difficilissimo (almeno per me!). Anche se sono certa che non significhi sottrarsi, ma piuttosto scegliere dove mettere la mia attenzione, che è una risorsa più scarsa ed è la più faticosa da difendere. Mi chiedo e chiedo quando è stata l'ultima volta che abbiamo lasciato spazio al pensiero senza giustificarlo? In quello spazio, quasi senza accorgermene, ho cominciato a scrivere un libro con Pamela Solinas... una grazia! #Produttività #Leadership #Pensiero #Creatività #SlowThinking #Spazi #Creazione

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