Post by Monica Maria Napolitano
Avvocato di impresa/Filosofia & Innovazione Digitale/Maestro della Protezione dei dati & Privacy Designer/DPO/Digital Coach
Succede. Succede et procede. Quando leggo un libro, le parole si fanno fili che si cuciono sulla pelle in trame di figure che si fanno immagini nella mente. E vedo ognuno dei personaggi anche se non descritti. Me li immagino e vivono con me per un tratto di tempo. Occupano uno spazio sfuggente e denso. Così succede con il libro di una figura di infanzia, Francesco, alla cui mamma Nicoletta sono legata dal filo della vita — quel filo che si fa elastico nei tempi in cui mi allontano dalla terra su cui abbiamo camminato insieme. E in questo libro ho trovato ciò che scrivevo da una prospettiva diversa. Disarmiamo l'AI che disumanizza, scrive il Papa Leone XIV, mentre leggo queste parole: "la guerra finì e noi tornammo a essere uomini in una stagione che aveva smarrito l'umanità". Inhumanior, scrive Seneca, quia inter homines fui. È dunque un istinto dell'uomo essere disumano. Ed è sempre una guerra, anche ora — fatta di corpi e di sangue, di fragilità e di suicidi, di paura di non essere più umani. E solo le nostre mani, nel tempo dell'attesa che è la vita, sanno stringere e aggiustare insieme. Le stagioni di una vita, di Francesco Puccio e Giulia Romoli. Gli spunti, le domande, le intuizioni ascose: la più potente è quella che non dico, ma attraversa tutto: il libro come corpo intermedio. Non leggiamo le parole — le indossiamo. La letteratura non descrive l'umano: lo riabitua all'umano. È questa l'antitesi silenziosa all'AI: non la macchina contro l'uomo, ma la pagina stampata che cuce, letteralmente, qualcosa sulla pelle. Poi c'è Seneca, non consolatorio ma, quasi, inquietante. Inhumanior — più disumano — è il comparativo. Non c'è un opposto assoluto. C'è un gradiente. L'uomo non è umano o disumano: è più o meno umano, secondo le stagioni, secondo le guerre, secondo chi gli sta accanto. Leone XIV chiede di disarmare l'AI che disumanizza. Ma Seneca suggerisce il problema: è l'uomo che torna sempre, nei momenti di crisi, ad essere inhumanior di se stesso. L'AI è solo lo specchio più recente. E poi c'è Nicoletta. Il filo elastico che il libro stimola nei miei sensi. La distanza come forma di fedeltà: i legami profondi non si misurano nella continuità, ma nella capacità di essere ancora lì quando ci si ritrova. Come un libro che aspetta di essere letto, mentre dorme sul comodino. La domanda che nasce da tutto questo è una sola: quante volte l'umanità si è già persa, e quante volte si è riacquistata — sempre attraverso le mani di uomini che sanno stringere e aggiustare insieme?