Post by Michele Rota
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Avevo nove anni la prima volta che vidi il Mosè di Michelangelo. Ne avevo undici quando mi trovai davanti alla Gioconda. Ricordo ancora mia madre. Quando arrivammo davanti al Mosè fece due passi indietro, mi lasciò solo davanti alla statua e, con una dolcezza che ancora oggi riesco a sentire, mi disse: "Guardalo bene. Guardalo negli occhi. Poi chiudi gli occhi. Lui ti parlerà." Sono passati quasi cinquant'anni e quel momento è ancora lì, immobile. Ogni volta che ci ripenso sento la sua voce raccontarmi Michelangelo. E poi Leonardo. Mi diceva che la Gioconda era magica. Non perché sorridesse, ma perché osservava il mondo. Quello sguardo non parlava d'amore. Parlava della vita. Per molti anni sono tornato quasi ogni anno al Louvre e a San Pietro in Vincoli. Non andavo soltanto a rivedere due capolavori. Andavo a ritrovare mia madre. Ritrovavo quella magia che soltanto certe opere sanno creare. Opere silenziose per tutti, ma che, in qualche modo, con me hanno sempre parlato. Forse è stato proprio lì che è nato il mio amore per l'arte, forte quanto quello che avevo per i romanzi fantasy e per Guerre Stellari. Oggi lavoro nel mondo dell'arte e credo di aver finalmente capito da dove venisse quella passione di mia madre. Forse è proprio per questo che soffro nel vedere come questo mondo venga troppo spesso gestito senza competenza, senza cultura e, soprattutto, senza amore. I grandi collezionisti, quelli innamorati delle opere prima ancora che del loro valore economico, sembrano sempre più rari. Al loro posto è arrivato un esercito di improvvisati. Persone frustrate dalle proprie professioni che si gettano nell'arte convinte che bastino due telefonate, un sorriso, qualche frase letta su Wikipedia e la promessa di decine di milioni di euro. Molti di loro non hanno mai visto dal vivo nemmeno uno dei capolavori di cui parlano ogni giorno. Non hanno mai conosciuto un vero collezionista. Continuano a confondere un mercante con un amante dell'arte, una trattativa con una passione. Ma il danno più grande non è soltanto l'improvvisazione. È il fatto che chi tenta di truffare, chi propone falsi, chi costruisce catene di intermediazioni inesistenti o vende opere che non possiede, continui troppo spesso a nascondersi dietro un malinteso senso della privacy. In qualsiasi altro settore certi comportamenti avrebbero conseguenze pubbliche. Nel nostro, invece, chi nuoce alla credibilità del mercato continua troppo spesso a ricominciare da capo con un altro nome, un altro telefono, un'altra storia. Vendere arte oggi è diventato difficilissimo. Ma una consolazione mi è rimasta. Quando entro a San Pietro in Vincoli, il Mosè è ancora lì. Dopo quasi cinquant'anni è sempre nella stessa posizione, con la stessa maestosità. E mi basta chiudere gli occhi, proprio come faceva quel bambino di nove anni, per fare ancora quattro chiacchiere con lui. E, in fondo, anche con mia madre.