Post by Michele Moretti
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Ogni volta che la cronaca ci consegna una vicenda complessa, drammatica e polarizzante come quella di Mario Roggero – il gioielliere di Grinzane Cavour condannato a 14 anni in appello per aver ucciso due rapinatori – l'opinione pubblica italiana si trasforma istantaneamente in una gigantesca curva da stadio. Viviamo in un'epoca in cui il dibattito pubblico è pesantemente condizionato dagli algoritmi dei social network, progettati esattamente per esasperare le divergenze e premiare le reazioni "di pancia". In questo ecosistema digitale, tragedie che meriterebbero un silenzio analitico vengono date in pasto al pubblico come se fossero puntate di un reality show o finali di un campionato. Da una parte, troviamo gli ultras della fazione "Giustiziere Eroe". Questa fazione invoca la grazia, plaude all'eliminazione fisica dei criminali e giustifica qualsiasi reazione, anche sproporzionata, in nome dell'esasperazione del commerciante onesto. Per loro, lo Stato ha fallito, ergo il cittadino ha il diritto inalienabile di sostituirsi ad esso, trasformando il proprio bancone in una trincea. Dall'altra parte, si ergono i puristi della fazione "Legge Inflessibile". Costoro gioiscono per la condanna a doppia cifra, sottolineando l'illegalità della detenzione di quell'arma, l'inseguimento implacabile fuori dal negozio (quando il pericolo imminente era teoricamente cessato) e il principio costituzionale della sacralità della vita umana (anche di chi delinque) rispetto alla tutela del mero patrimonio. Ma c'è un problema di fondo, strutturale e pericolosissimo, in questo approccio binario: entrambe le fazioni si comportano da spettatori passivi di una tragedia, applaudendo o fischiando senza portarsi a casa alcun reale valore intellettuale, sociale o pratico. Discutono del sintomo, ignorando ferocemente la malattia.