Post by Istituto Bruno Leoni

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In Italia, il dibattito sul lavoro si concentra principalmente sul salario minimo, tralasciando le vie già aperte dallo stesso principio cardine della contrattazione: sono le parti sociali a conoscere meglio di chiunque altro le necessità reali e i margini di compartecipazione fra lavoratori e imprese nel loro contesto specifico. A rafforzare questo principio vi è una norma del 2011 che, riprendendo un'idea di Marco Biagi, consente di derogare ad alcuni aspetti dei Ccnl e perfino delle leggi tramite i cosiddetti accordi di prossimità, cioè la negoziazione a livello aziendale e territoriale. Uno strumento utile che ora rischia di finire in soffitta. Un emendamento della Lega al Decreto Primo Maggio, sostenuto dalla Cgil, imporrebbe la registrazione e la sottoscrizione degli accordi presso gli ispettorati del lavoro. Ciò ingesserebbe una procedura finora ampiamente utilizzata per negoziare flessibilità e carriere, con soddisfazione delle parti - fra cui anche la stessa sigla sindacale. Maurizio Sacconi, presidente del comitato di indirizzo del laboratorio Reinventing Work dell'IBL e ministro del Lavoro all’epoca dell’introduzione della norma, ha commentato "Così si esprime diffidenza verso i maggiori sindacati, che usualmente firmano accordi migliorativi e che nello stesso decreto sono riconosciuti garanti del salario giusto”. In un Paese come l'Italia, fatto di imprese piccole ma largamente diversificate nei settori e nei mercati, togliere margini di flessibilità non tutela i lavoratori: danneggia sia loro, sia le imprese che li impiegano. Burocratizzare la contrattazione di prossimità è un errore, che va a danno persino della tutela del "Made in Italy" tanto cara al Governo. 🔗 Leggi l'Editoriale per intero sul sito dell'Istituto Bruno Leoni https://lnkd.in/dxWZrCkS

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