Post by Giuseppe Patat
• Head of R & D and Strategic Marketing
“IL BORDELLO SENZA MURI”(J.Genet)Una fotografia può mentire? Le immagini sono sempre oggettive ? I prodotti,i fatti e i servizi rappresentati rispondono sempre a criteri di legalità, scientificità, trasparenza ed eticità attesi dai consumatori? E soprattutto quali strumenti abbiamo per riconoscere la veridicità delle miriadi di asserzioni e claim che la fotografia non solo amplifica ma che inevitabilmente rende spesso fuorvianti? Questi interrogativi, meritevoli di riflessioni accurate,non sono nati per caso ma sono scaturiti dalla mia recente visita ai Musei Civici di Bassano del Grappa dove è in corso la mostra di Ruth Orkin, la leggendaria fotoreporter, fotografa e cineasta statunitense, che naturalmente consiglio di andare a vedere. Ma l’obiettivo di questo post non è quello di porre in evidenza gli elementi artistici ma di indicare e segnalare quanto la rappresentazione visiva, negli ultimi anni, abbia acquistato una posizione talmente rilevante da rendere ininfluente e limitante la parola scritta. Quella che più di ogni altra forma di comunicazione ci aiuta a riflettere . In concreto assistiamo impotenti ad un saccheggio della comunicazione scritta e di cui i claim, in particolare quelli etici di recente normati sui 3 pilastri della sostenibilità ( UNI ISO TS 17033 Ethical Claim / UNI PdR 102 Asserzioni etiche di responsabilità sullo sviluppo sostenibile) saranno primi a farne le spese in termini di mancata verifica e validazione in quanto associati ad immagini e fotografie ingannevoli e fuorvianti. Il claim etico e sostenibile potrebbe anche risultare corretto ma se posizionato in un contesto fotografico, iconografico e di immagini tecnologiche l’organismo di certificazione accreditato non potrà rilasciare nessun attestato o dichiarazione di conformità. Fatto salvo il caso in cui l’impresa si impegni ad apportare le dovute e sostanziali modifiche. D’altronde l’inganno della fotografia non è recente. E’ stata,infatti ,quest’ultima, a suggerire a Jean Genet l’immagine del mondo dell’era fotografica come di un “bordello senza muri” e a far scrivere allo psicanalista Luigi Zoja nel libro “Vedere il vero e il falso” che “la falsificazione delle immagini è un problema che tocca la politica locale e internazionale e che il controllo di certe tecnologie andrebbe affidato alle Nazioni Unite come se si trattasse di un trattato di non proliferazione nucleare. Roland Barthes, invece, nel suo celebre testo “La camera chiara” scrive che “Le immagini della fotografia digitale mancano dell’originario riferimento che la lega la fotografia alla realtà da cui scaturisce”.Marshall McLuan dal canto suo rilevò che “Dire che la macchina fotografica non può mentire equivale semplicemente a sottolineare le numerose frodi in suo nome” Il nostro Oliviero Toscani,invece, oggi ottantenne,al Corriere della Sera tira le conclusioni dicendo: ”I social non hanno nulla a che vedere con la fotografia. La vecchia fotografia è morta”.#claimetici #sostenibilita #iso17033