Post by Giovanni Viafora

Corriere della Sera

Sul Corriere di ieri il mio piccolo commento alla traccia di Mario Calabresi https://lnkd.in/d3z87TAY E se la fatica, prima virtù degli dei immortali (Esiodo), finisse per sparire dai vocabolari e dalla nostra coscienza? Forse. In fondo è una delle grandi promesse del nostro tempo: ottenere tutto più in fretta, possibilmente senza sforzo. L’intelligenza artificiale ci consegna risposte pronte sul piatto. Ma già prima dell’IA avevamo cominciato a inseguire la scorciatoia (non solo quella da tastiera): il successo rapido, il denaro facile, il titolo abbreviato. La nonna di Mario Calabresi apparteneva a un Novecento che dalla fatica voleva giustamente liberarsi. Quella del lavoro disumano, della privazione accettata come destino, del sacrificio elevato a virtù anche quando serviva soltanto a giustificare un’ingiustizia. È stato un progresso, uno dei più grandi. Però l’equivoco comincia quando, insieme alla fatica che opprime, pensiamo di poter cancellare anche quella che costruisce. Non è vero che i giovani non vogliano faticare. Non vogliono più farlo senza sapere perché. E hanno ragione. Per troppo tempo parole come «gavetta», «spirito di sacrificio», «bisogna farsi le ossa» hanno coperto - e coprono tutt’ora - stipendi indegni, precarietà, obblighi morali. Quella fatica non forma; ma ricatta. Il problema non è insegnare ai ragazzi a soffrire. È aiutarli a distinguere la fatica che sfrutta da quella che forma. Perché ce n’è un’altra, inevitabile e preziosa. È il tempo necessario per capire davvero un libro, per imparare un mestiere, attraversare un errore e ricominciare, prendersi cura di qualcuno. È la fatica attraverso cui un’informazione diventa conoscenza, un gesto competenza, un desiderio progetto. In una parola: identità. Leone XIV lo ha ricordato nella «Magnifica Humanitas», citando Platone: le cose più profonde si imparano soltanto «dopo molto tempo e molta fatica». Idee ed esperienze devono sfregarsi come pietre focaie, finché non scocca la scintilla della comprensione. Perché una macchina può offrirci la risposta, ma non può accendere al posto nostro quella scintilla. E infatti il punto non è quanto sia intelligente l’intelligenza artificiale, ma che cosa rischiamo di disimparare noi. In fondo, oggi, davanti a un foglio bianco, la Maturità chiede proprio questo: non ciò che un ragazzo può cercare, copiare o delegare, ma ciò che gli è rimasto dentro dopo anni di letture, tentativi, errori, parole. Il rischio delle scorciatoie non è arrivare prima, ma è arrivare vuoti. Appesi solo ad una ricerca su Google. Molte strade si possono accorciare. La costruzione di sé, no.

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