Post by Giovanni Falcone

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Senza tempo! Dal web Aveva solo 16 anni quando il treno si fermò ad Auschwitz. In poche ore, la sua vita cambiò per sempre. Quella stessa notte, le ordinarono di ballare davanti all’uomo che aveva appena deciso la sorte di sua madre. Il 22 maggio 1944, Edith Eger arrivò nel campo insieme alla sua famiglia. Alla selezione c’era Josef Mengele. Bastava un cenno della mano per separare la vita dalla morte. Quando toccò a sua madre, lui la mandò a sinistra. Edith cercò di seguirla, ma Mengele la fermò. Le disse che l’avrebbe rivista più tardi. Era una bugia. Sua madre stava andando incontro alla morte. Poche ore dopo, Edith venne cercata tra le prigioniere. Qualcuno aveva raccontato che era una ballerina. Mengele voleva vederla danzare. E così Edith ballò. Ma mentre il suo corpo si muoveva nel gelo del campo, la sua mente era altrove. Chiuse gli occhi e si rifugiò nei ricordi: Budapest, il teatro, la musica, le luci sul palco. Auschwitz non riuscì a portarle via quell’ultimo spazio di libertà. Quando finì, Mengele le lanciò un pezzo di pane. Lei non lo tenne per sé. Lo divise con le altre donne della baracca. Un gesto piccolo, quasi invisibile in mezzo all’orrore, ma destinato a tornare indietro come un cerchio che si chiude. Dopo arrivò tutto il resto: il lavoro forzato, la fame, il trasferimento a Mauthausen e infine la marcia verso Gunskirchen. Cinquantacinque chilometri senza forze, senza cibo, senza più energia per sperare. A un certo punto Edith crollò a terra. Non riusciva più a camminare. Furono due donne a riconoscerla. Una di loro era tra quelle con cui aveva condiviso il pane mesi prima. Insieme alla sorella Magda, la sollevarono e la trascinarono avanti, passo dopo passo. Gunskirchen fu l’ultimo inferno. Corpi ovunque, fame, malattie, nessun aiuto. Il 4 maggio 1945 arrivarono i soldati americani. Edith era stesa tra i morti, immobile. Un soldato notò un leggero movimento e capì che era ancora viva. La tirò fuori da quell’incubo. Aveva solo 17 anni. Dopo la guerra tornò a casa. Ritrovò sua sorella Klara, provò a ricominciare, si sposò, ebbe figli. Poi lasciò l’Ungheria e si trasferì negli Stati Uniti. Per molto tempo non parlò mai di ciò che aveva vissuto. Poi incontrò Viktor Frankl. Quel dialogo cambiò tutto. Edith tornò a studiare e, a cinquant’anni, ottenne un dottorato in psicologia clinica. Da quel momento dedicò la sua vita ad aiutare persone ferite da traumi profondi. Nel 1980 tornò ad Auschwitz. Camminò tra quei luoghi da donna adulta e lì riuscì a compiere il passo più difficile: perdonare sé stessa per essere sopravvissuta...s e g u e ..

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