Post by Caterina Tenisci

Freelance Midwife | Specialist in Pelvic Floor Rehabilitation, Women’s Health, Pregnancy, Postpartum & Lactation

Siamo nel 2026 e c’è ancora chi rifiuta di eseguire una visita ginecologica interna o un’ecografia transvaginale (di qualità nettamente superiore a quella addominale) perché una paziente è “vergine”. In pratica abbassano la qualità delle cure per un concetto biologico inesistente. La verginità, dal punto di vista biologico e medico, non esiste. È una costruzione culturale, non una diagnosi, non una condizione anatomica. L’imene non è un “sigillo” che si rompe al primo rapporto, è un insieme di mucose poste come una corona all’ingresso vaginale con forme, elasticità e caratteristiche estremamente variabili da persona a persona, e soprattutto è pervio! Può modificarsi nel corso della vita, può essere molto elastico e non lacerarsi durante i rapporti penetrativi, così come può presentare piccole lesioni per motivi completamente indipendenti dall’attività sessuale, come lo sport. Non è normale aspettarsi necessariamente una perdita di sangue al primo rapporto: molte donne non sanguinano affatto. Continuare a prendere decisioni cliniche basandosi sul mito della verginità significa perpetuare disinformazione e privare le pazienti di un’assistenza adeguata e spesso ritardare diagnosi. E una precisazione importante: questa narrazione viene spesso attribuita all’Islam, ma l’Islam non descrive mai la “verginità” come integrità dell’imene, né prevedono test dell’imene o l’obbligo di sanguinare dopo il primo rapporto. Nel significato religioso, la castità è un valore spirituale e morale, richiesto in egual misura a uomini e donne, nei testi sacri non c’è mai il riferimento ad un concetto biologico di verginità, né per l’uomo né per la donna. L’ossessione per l’imene e la “prova del sangue” deriva da tradizioni culturali e patriarcali sviluppatesi in contesti diversi, non da un fondamento religioso.

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